Questa volta non vi scrivo di sciamanesimo, di Animali di Potere o di viaggi. Vi racconto una cosa che ho letto e che mi ha fatto fermare un attimo a pensare. Questa mattina, davanti al mio caffè, ho letto una notizia che mi ha commossa fino alle lacrime.
Nelle recenti elezioni americane di medio termine, due donne native hanno raggiunto due importanti cariche politiche: Peggy Flanagan, appartenente alla White Earth Nation, è stata eletta al Senato degli Stati Uniti; Deb Haaland, appartenente alla Laguna Pueblo, è stata eletta governatrice del New Mexico. Forse, per chi non conosce la storia dei popoli nativi americani, può sembrare semplicemente una notizia politica. Per me non lo è.
Deb Haaland porta con sé una storia familiare che affonda le radici nel New Mexico da circa trentacinque generazioni. Stiamo parlando di quasi un millennio. Le sue radici sono nella terra, nei campi di mais del nonno, nell'acqua, nelle cerimonie, nella famiglia e nelle donne che l'hanno cresciuta. I suoi nonni furono mandati nelle boarding school, le scuole nelle quali per generazioni i bambini nativi vennero separati dalle loro famiglie nel tentativo di cancellarne cultura e identità. Eppure lei oggi è lì. Una donna Pueblo alla guida del New Mexico.
Nel suo discorso dopo l'elezione ha ricordato la propria terra, la propria famiglia e quella storia. Ha raccontato di quando da bambina portava l'acqua dal rubinetto della comunità, giocava dall'alba al tramonto e aiutava il nonno a irrigare i campi di mais. Ha ricordato che, poco lontano da lì, sua nonna era stata portata via per essere mandata in una boarding school, e poi ha detto:
“Eppure, noi siamo ancora qui.”
Mi sono commossa perché, per me, quelle parole hanno un significato che va ben oltre la politica.
E forse c'è anche un altro motivo per cui mi hanno toccata così profondamente. Forse, mentre guardavo quelle due donne e pensavo alla loro storia, ho sentito che qualcosa, dentro di me e forse anche dentro altre persone, può finalmente iniziare a guarire. Non so esattamente cosa. Forse alcune vecchie ferite, forse il bisogno di separare, di combattere, di difendersi. Forse semplicemente la possibilità di guardare il mondo con un po' più di fiducia.
Non so se sia davvero così. Ma forse non è necessario saperlo con certezza. A volte basta accorgersi che qualcosa si è mosso dentro di noi. Nella pratica che insegno c'è un principio che mi accompagna da sempre e che viene tradizionalmente attribuito a Ermete Trismegisto: “Come dentro, così fuori. Come in alto, così in basso.”
È un principio che, a mio modo di vedere, ci invita a non considerare il mondo esterno come qualcosa di completamente separato da noi.
Spesso guardiamo ciò che accade nel mondo e ci lamentiamo. Ci lamentiamo della politica, delle guerre, della violenza, dell'ingiustizia, della prepotenza, e chi vive a Genova come me conosce bene il “mugugno genovese”: ovvero il lamentarsi di qualsiasi cosa. A volte anche di quelle che vanno bene! 😄
Sì, certamente ci sono cose che possiamo e dobbiamo contestare, ma possiamo anche fermarci un momento e porci una domanda meno comoda: Quanto di ciò che vedo fuori esiste, in qualche forma, anche dentro di me? Non significa pensare che una persona sia responsabile delle guerre che avvengono nel mondo, ma significa assumersi una responsabilità diversa: osservare ciò che alimentiamo dentro di noi. Ogni volta che trasformiamo qualcuno in un nemico, ogni volta che abbiamo bisogno di avere ragione, ogni volta che giudichiamo senza ascoltare, ogni volta che dividiamo il mondo in “noi” e “loro”, ogni volta che coltiviamo rabbia, rancore o desiderio di sopraffazione. Sono piccoli conflitti, apparentemente lontani dalle grandi guerre che vediamo nelle notizie. Ma siamo parte della stessa rete: La rete della vita.
Nello sciamanesimo Huna questo principio di responsabilità personale è particolarmente forte.
Non siamo separati da ciò che accade, ma siamo dentro una rete di relazioni nella quale ogni nostro pensiero, ogni nostra parola e ogni nostra azione contribuisce, nel bene e nel male, a ciò che alimentiamo.
Questo non significa che dobbiamo sentirci colpevoli di tutto ciò che accade nel mondo.
Al contrario.
Significa che possiamo smettere di sentirci completamente impotenti.
Perché se una parte della realtà che vediamo fuori è anche il riflesso di ciò che gli esseri umani portano dentro, allora abbiamo almeno una piccola possibilità di intervenire.
Possiamo cominciare da noi, possiamo fare pace con qualcosa dentro di noi, possiamo smettere una guerra piccola, possiamo chiedere scusa, possiamo ascoltare invece di reagire, possiamo scegliere di non alimentare un conflitto. Può sembrare poco, ma la rete della vita è fatta di tanti “poco”.
Ed è per questo che quelle due donne mi hanno commossa.
Mentre pensavo a tutto questo, mi è tornata in mente una storia appartenente alla tradizione Lakota: la leggenda della Donna Bisonte Bianco. Esistono diverse versioni di questa storia. In una di esse, durante un periodo di grande difficoltà, due uomini incontrano una donna sacra vestita di bianco. La Donna Bisonte Bianco porta al popolo una pipa sacra e insegna come utilizzarla nella preghiera e nella cerimonia. Insegna anche il valore del bisonte, delle donne e dei bambini e ricorda che tutti provengono dalla Madre Terra. Prima di andarsene annuncia che tornerà. Poi si allontana e si trasforma in un vitello di bisonte bianco.
Non voglio trasformare una storia sacra in una profezia, né pretendere di sapere se siamo davvero davanti al tempo di cambiamento annunciato dalla leggenda.
Ma questa mattina, pensando a quelle due donne, quella storia mi è tornata alla mente.
Forse perché parla di qualcosa che sento molto vicino a ciò che ho provato leggendo quella notizia: la possibilità che ciò che sembra perduto possa tornare a vivere.
Una cultura che qualcuno avrebbe voluto cancellare continua a esistere, una memoria che avrebbe potuto andare perduta viene portata avanti, una voce che per molto tempo non è stata ascoltata oggi viene ascoltata da milioni di persone.
E oggi due donne appartenenti a quei popoli raggiungono posizioni di grande responsabilità.
Una entra nel Senato degli Stati Uniti. L'altra diventa governatrice di uno Stato. Non cancellano la storia, non cancellano le ferite, ma sono lì.
Siamo ancora qui. Questa frase, per me, contiene una forza enorme, perché forse il cambiamento non arriva sempre nel modo in cui ce lo aspettiamo. Forse non arriva soltanto attraverso grandi rivoluzioni.
Forse arriva anche lentamente, quando dentro le persone cambia qualcosa e quel cambiamento, poco alla volta, comincia a manifestarsi fuori.
E allora mi viene da chiedermi: E io, cosa posso fare? Non posso decidere la politica degli Stati Uniti, non posso fermare una guerra dall'altra parte del mondo, non posso cambiare da sola ciò che accade sul pianeta, ma posso guardare dentro di me. Posso chiedermi dove sto ancora combattendo, dove sto alimentando separazione, dove sto giudicando, dove sto cercando di imporre la mia volontà. E posso scegliere, almeno qualche volta, di fare diversamente, perché se davvero siamo parte di una rete, allora ogni gesto conta.
Forse non vedremo mai dove arriverà il filo che abbiamo mosso, ma il filo si muove, e forse è proprio questo che stamattina mi ha fatto piangere davanti al mio caffè.
Ho guardato quelle due donne e, per un momento, invece di pensare a quanto è difficile cambiare il mondo, ho pensato: forse il mondo sta già cambiando. Forse non abbastanza, forse non ancora come vorremmo, ma qualcosa si muove, e allora posso scegliere di contribuire a quel movimento, cominciando, ancora una volta, da me.
Come dentro, così fuori: e forse, dopo tutto quello che è accaduto nella loro storia, la frase più bella rimane proprio questa:
Siamo ancora qui.
Aggiungi commento
Commenti